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Xu Tiantian: la rete come forma

Paesaggi di Mutazione: Ritratto

Nella contea di Songyang, nella provincia dello Zhejiang, c’è una fabbrica del tofu che non produce quasi più tofu. Xu Tiantian l’ha trasformata nel 2018: ha conservato i macchinari originali, ha aggiunto una struttura in bambù locale che crea un sistema di filtrazione della luce, ha ricavato uno spazio pubblico che il villaggio di Caizhai non aveva. Il tofu si fa ancora, ma la fabbrica è diventata qualcosa d’altro, un luogo dove ci si siede, dove si parla, dove la produzione artigianale diventa spettacolo di sé stessa per chi non la conosce più perché è andato a lavorare in città e ci torna per le feste. L’edificio è piccolo, economico, costruito con materiali che si trovano a cento metri. Non ha firma visibile. Non sarebbe riconoscibile in una fotografia come opera di architettura contemporanea di qualità.

Due anni prima, nello stesso territorio, aveva trasformato una fabbrica dello zucchero di canna, a Xingcun. Tre anni prima, un teatro in bambù, a Hengkeng. Poi una sala della memoria a Wangcun, un laboratorio del tè a Jingning, una serie di interventi sulle cave dismesse della vicina valle di Jinyun. In dieci anni di lavoro nella contea di Songyang ha realizzato oltre venti interventi distribuiti su un territorio di quattrocento villaggi e millequattrocento chilometri quadrati. Nessuno di questi edifici è un capolavoro isolato. Insieme costituiscono qualcosa che nessun singolo edificio avrebbe potuto essere.

Per capire la logica di questo lavoro occorre capire il tipo di problema a cui risponde. L’antagonista di Xu Tiantian è silenzioso e per certi versi difficile da nominare. Non demolisce: svuota. La migrazione verso le città, il processo che in vent’anni ha ridotto la popolazione attiva di migliaia di villaggi cinesi a una frazione di quello che era, non lascia rovine visibili. Lascia case intatte con le porte chiuse, campi ancora coltivati da vecchi, artigiani senza apprendisti, feste tradizionali senza giovani. Il paesaggio è formalmente lo stesso. La vita che lo abitava è altrove.

Questo tipo di vuoto non si affronta con i frammenti: si affronta con la rete. Non si può recuperare il mattone di un villaggio che non è stato demolito. Si può però costruire, un intervento alla volta, una ragione per tornare, un’economia che funzioni, uno spazio pubblico che mancava, un luogo dove la produzione artigianale sopravviva non come museo di sé stessa ma come pratica ancora necessaria. È questa la logica dell’agopuntura territoriale: non risolvere il problema in un gesto unico, non proporre un masterplan che ridisegni tutto, ma individuare i punti del territorio dove un piccolo intervento preciso può produrre un effetto che si propaga, che innesca economie, che riattiva comunità, che dà a qualcuno una ragione che prima non aveva. La definizione è sua, e vale come dichiarazione di metodo: «l’agopuntura mira ai punti specifici dell’individuo specifico; non è casuale e non è predeterminata. Devi capire cos’è il villaggio e di quale intervento potrebbe andare orgoglioso, una fabbrica agricola, un centro della memoria, un luogo per il tempo libero, o magari un ponte». UN-Habitat ha selezionato questa pratica come caso di studio esemplare sulle relazioni urbano-rurali; la giuria del Wolf Prize l’ha descritta come «un approccio pionieristico allo sviluppo rurale, in contrasto con le strategie uniformi e radenti che hanno caratterizzato l’espansione urbana cinese».

La ragione per cui questo lavoro è significativo non sta nella qualità di nessuno dei singoli edifici: sta nella rete che li connette, nell’economia che quella rete ha contribuito a costruire, nella ragione che quella rete ha dato a qualcuno di rimanere invece di partire. E la rete si può misurare. A Xingcun, nei due anni seguiti alla fabbrica dello zucchero, i residenti sono passati da 369 a 422, dodici giovani sono tornati a lavorare lo zucchero, i visitatori da duecento a quasi quindicimila l’anno, il prezzo dello zucchero da 16 a 60 yuan al chilo; a Wangcun, dopo la sala della memoria, gli abitanti sono cresciuti da millecinquecento a duemila e i turisti da zero a ventimila; il fatturato turistico dell’intera contea è quintuplicato in quattro anni.

Gli interventi sulle cave dismesse della valle di Jinyun sono i più radicali di questa sequenza, e i più utili per capire la dimensione critica del metodo. Le cave sono ferite nel paesaggio, tagli verticali nella roccia lasciati da un’estrazione che qui ha mille anni di storia. È qui che il metodo tocca la sua versione più precisa del problema che attraversa l’intera serie: come si costruisce dentro la trasformazione senza fingere che non sia avvenuta? La cava non può essere cancellata. La migrazione non può essere invertita. L’architettura di Xu Tiantian parte dalla condizione come la trova e la porta un passo avanti: non verso ciò che era, ma verso qualcosa che non c’era ancora.

– Arch. Gaetano Di Gesu

Foto di Wang Ziling

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